I racconti del corpo. Tre storie di maternità di “madres solteras”
Più di un ventennio fa è stata coniata l’espressione “catene globali della cura” (Hochschild 2000) che in maniera eloquente definisce una connessione, al contempo forzata e necessaria, tra persone che si prendono cura di altre persone travalicando confini e frontiere: una cura che diventa globale, nel coinvolgimento transnazionale di gruppi umani provenienti da diversi paesi e angoli di mondo. In maniera sempre più crescente, protagoniste di questo processo sono le donne, che lasciano i propri paesi in cerca di condizioni lavorative dignitose, di maggiori possibilità di formazione e crescita personale, di autonomia e libertà da sistemi di oppressione e sfruttamento. Sono, infatti, queste donne a trovare impiego lungo gli anelli della catena di cura globale, come badanti, assistenti sanitarie, collaboratrici domestiche o baby-sitter; sono le stesse donne che, in molti casi, si trovano costrette a separarsi dai propri figli, lasciando un vuoto nel sistema di cura dei paesi d’origine, per colmarne un altro nei paesi d’approdo, per lo più europei o statunitensi. Nonostante l’importante servizio che offrono ai sistemi di welfare locali, il progetto migratorio che rende transnazionale – oltre che dolorosa e lacerata – la loro esperienza di maternità, spesso non trova sostengo né approvazione all’interno degli stessi sistemi di cura, a tratti sommersi, dove si vanno a impiegare. Al contrario, queste donne-madri che emigrano separandosi dai figli ricevono sovente pesanti giudizi, discriminazioni e colpevolizzazioni, che contribuiscono a rafforzare forme antiche di esclusione sociale e a crearne di nuove. La presente trattazione propone una breve analisi di questa esperienza, con un approccio interdisciplinare e intersezionale. In particolare, ci si affiderà al racconto emblematico di tre donne, tre madres solteras, “madri sole”, che per garantire un futuro ai propri bambini, partono dall’America Latina verso la Spagna e qui si impiegano nel lavoro di cura, coltivando il desiderio e la volontà, intima e politica, di migliorare la propria vita e quella dei propri figli. Si tratta di tre storie di maternità e di resistenza, che nel corpo e nella parola trovano espressione e legittimità.
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